Ore sei del mattino.
Una leggera foschia avvolgeva tutto attorno a me facendomi sentire
più sperduto di quanto non fossi già nella mia mente.
La brina che la notte aveva posato sulla vegetazione bagnava i miei
stivali e la terra si faceva man mano più soffice e difficile da
camminare.
Avevo sentito storie di giganti che abitavano quelle acque, di
divoratori la cui nomea è nota fin dall'antichità. Volevo a tutti i
costi prenderne uno!
Il cielo sopra di me iniziava ad assumere colori plumbei ed il sole,
che stava per sorgere, non sarebbe mai riuscito a scalfire.
“Poco male” mi dico. La mia vittoria l'ho già ottenuta.
Siamo nel cuore, storico, culturale e geografico della nostra Italia.
Se per molti la parola “Firenze” porta alla mente solo Dante, il
David di Donatello e uno straordinario museo a cielo aperto, è anche
vero che le sue acque sono scrigni di tesori nascosti che per noi
spinners sono considerati meraviglie altrettanto importanti.
L'Arno è una zona perfetta per tentare lo strike su prede quali
black bass, cavedani, lucioperca e rarissimi lucci ma i numeri di
queste specie sono nulla se paragonati a quelli del Silurus
Glanis.
Presente in ogni ordine di grandezza (con taglie che arrivano quasi a
due metri), il siluro si è ambientato benissimo nelle verdi acque
fiorentine, come in molte acque nazionali.
Giorni
addietro mi ero ritrovato in un negozio di pesca della zona davanti
ad una rastrelliera con una miriade di canne da pesca, poco sotto una
pletora di mulinelli di varie grandezze (e vari prezzi), alle spalle
del commesso migliaia di rocchetti numerati e, dietro di me, una
varietà incredibile di coloratissimi pesciolini di plastica.
Ma
cosa scegliere?
Mi
consigliarono attrezzi
potenti ed artificiali di generose dimensioni.
Ero “armato” di una canna travel da me costruita lunga 2,40 metri
in quattro pezzi con una potenza tra i 50 e i 100 grammi ed azione di
punta ma con una buona riserva di potenza.
Questo perché mi avevano avvertito il siluro, una volta allamato,
tenderà di lanciarsi in corrente o rintanarsi sul fondo dove sarà
difficile da stanare, quindi dovevo essere pronto a portarlo dove io
volevo ed a portata di guanto.
Il mulinello a bobina rotante è un must questo perché, utilizzando
esche pesanti e che oppongono molta resistenza in acqua, la maggior
parte dello sforzo ricadrà direttamente sulla bobina e non, come
accade per quello a bobina fissa, sull'archetto collegato alla leva
del pomello.
La sera precedente l'avevo spesa ad imbobinare più di 200 metri di
trecciato di buona qualità con un carico di rottura compreso tra 50
e 75 libbre, anche a causa dei frequente incagli sotto riva.
Avevo collegato anche un finale di 50 cm./1 m. di un buon
fluorocarbon con carico di rottura pari o superiore a quello della
lenza madre.
Una piccola borsa a tracolla piena zeppa di pesanti artificiali
completava il mio armamentario.
Tra
questi avevo: ondulanti di peso superiore ai 35/40 gr. ;
qualche crank bait, jointed minnow galleggianti e lipless affondanti
per affrontare diversi strati d'acqua, tutti di misura intorno ai 15
cm e dotati di rattle per una
migliore resa sonora ed infine shad in gomma pre-piombati o da
accoppiare a teste in materiale affondante lunghi 15 cm. ed un
affondamento di 25/30 gr. .
Insomma
il peso in conclusione era davvero ragguardevole, ma pesce grosso è
sinonimo di esche pesanti.
Le condizioni del fiume erano perfette.
Era ormai qualche giorno che il fiume era in piena, e la forza
dell'acqua aveva strappato alla riva ingenti quantità di terra che,
staccandosi, aveva creato anse molto invitanti dove giri d'acqua e
detriti facevano rallentare il flusso d'acqua creando delle piscine
dove, a detta dei locali, il siluro di sovente si sofferma.
Scelgo di cominciare con un lipless autocostruito e con la pioggia
che inizia a cadere appena l'esca tocca l'acqua. Lancio esattamente
nel mezzo delle turbinanti acque.
Il mezz'ora macino chilometri e chilometri di filo senza mai sentire
una toccata.
La pioggia inizia poi a farsi battente. Si alza anche il vento che mi
sferza il viso e devia il lancio dei miei artificiali come se fossero
foglie senza peso.
Decido quindi di ripararmi, attendere che le condizioni migliorino e,
nel mentre, districare la matassa di filo che si era venuta a creare
in prossimità del mulinello.
Cinque o sei volte ho pensato di mollare e tornare a casa ma ogni
volta il cielo si rasserenava un po' permettendomi di scorgere anche
uno spicchio di cielo azzurro.
Attesi circa un'ora prima di tornare a pesca. Il tempo restava
nuvoloso ma se non altro la pioggia non cadeva più.
Decisi di attaccare una zona più a valle. Provai ogni singolo
artificiale che avevo non me, ogni tipo, forma o colore.
Sembrava che i siluri fossero spariti insieme con la pioggia.
Camminai per oltre tre chilometri. Infine mi arresi e decisi di
rientrare alla base.
Continuavo a pensare dove fosse l'errore commesso. Forse avevo
sbagliato il trecciato o forse il recupero.
A circa duecento metri da dove iniziai la mia battuta qualcosa
attrasse la mia attenzione. Forse un movimento sotto la superficie o
forse perché quel giro d'acqua era la gioconda delle zone che
ricercavo.
Riaprii la canna da pesca, bloccai nuovamente il mulinello
nell'apposita placca e decisi che, se doveva essere, sarebbe stato
con un artificiale costruito da me. Collegai nuovamente il mio
lipless e lo gettai, insieme alle mie speranze, a valle del punto
stabilito.
Due, tre giri di mulinello. Non capii subito cosa stava accadendo.
Percepii solo una grande botta in canna che per poco non mi disarmava
gettandola in acqua. L'adrenalina a mille mi faceva battere il cuore
nelle orecchie. Vidi una coda color senape agitarsi fuori d'acqua
prima che il siluro si gettasse nella corrente principale al centro
del fiume.
Era forte. Molto forte. Potevo percepire accuratamente ogni singola
testata mentre tentava di liberarsi dall'ancoretta.
Lo dovetti rincorrerlo per almeno cinquanta metri a valle tanto che
mi sorse il dubbio se ero io che pescavo lui o lui che trascinasse
me.
Un raggio di sole filtrò tra le nubi. I colpi erano sempre meno
frequenti. Si stava stancando. Ora potevo portarlo a tiro del mio
guanto. Lo infilai di corsa dopo essere caduto in terra. Io ero
pronto. Lui si era arreso.
Allungai la mano sulla superficie dell'acqua senza che avessi ancora
la minima idea di quali connotati avesse.
Ma commisi l'errore più grave di tutti a pesca: sottovalutare il mio
nemico.
Con una ripartenza bruciante fece sfrizionare il mio mulinello fino
all'inverosimile. La canna si piegò allo spasmo.
Poi più nulla.
L'adrenalina ancora mi faceva tremare le mani. Mi dovetti sedere in
terra per non cadere. L'ancoretta incredibilmente ed
irrimediabilmente deformata!
Rammarico? Molto. Ma meno di quanto mi aspettassi. Ero quasi riuscito
a portarlo a terra per la consueta foto di rito. Ma evidentemente non
era destino. Io in fondo la mia ricompensa l'avevo già avuta.
Già perché... cos'è che cerchiamo? Davvero solo un pesce?
La pesca è sì uno sport
(c'è chi dice “il più bello del mondo”) ma è anche una
filosofia di vita, un approccio mentale alle sfide.
È un confronto con noi stessi, con l'ambiente dove mettiamo in gioco
le nostre convinzioni. Nel quale il premio è la conferma delle
nostre idee ed il pesce semplicemente il trofeo. Non il nemico.
Perché prima di sfidare i suoi
abitanti, il fiume ci costringe a sfidare noi stessi. Ed io, in quel
lontano giorno di ben otto anni fa, ho sfidato il fiume per la prima
volta... da solo.
Senza nessuno che mi dicesse cosa
fare. Libero di sbagliare con la mia testa ed imparare a crescere e
pescare.


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