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lunedì 24 agosto 2015

QUANDO PESCARE SIGNIFICA CRESCERE

Ore sei del mattino.
Una leggera foschia avvolgeva tutto attorno a me facendomi sentire più sperduto di quanto non fossi già nella mia mente.
La brina che la notte aveva posato sulla vegetazione bagnava i miei stivali e la terra si faceva man mano più soffice e difficile da camminare.
Avevo sentito storie di giganti che abitavano quelle acque, di divoratori la cui nomea è nota fin dall'antichità. Volevo a tutti i costi prenderne uno!
Il cielo sopra di me iniziava ad assumere colori plumbei ed il sole, che stava per sorgere, non sarebbe mai riuscito a scalfire.
“Poco male” mi dico. La mia vittoria l'ho già ottenuta.
Siamo nel cuore, storico, culturale e geografico della nostra Italia. Se per molti la parola “Firenze” porta alla mente solo Dante, il David di Donatello e uno straordinario museo a cielo aperto, è anche vero che le sue acque sono scrigni di tesori nascosti che per noi spinners sono considerati meraviglie altrettanto importanti.
L'Arno è una zona perfetta per tentare lo strike su prede quali black bass, cavedani, lucioperca e rarissimi lucci ma i numeri di queste specie sono nulla se paragonati a quelli del Silurus Glanis.
Presente in ogni ordine di grandezza (con taglie che arrivano quasi a due metri), il siluro si è ambientato benissimo nelle verdi acque fiorentine, come in molte acque nazionali.
Giorni addietro mi ero ritrovato in un negozio di pesca della zona davanti ad una rastrelliera con una miriade di canne da pesca, poco sotto una pletora di mulinelli di varie grandezze (e vari prezzi), alle spalle del commesso migliaia di rocchetti numerati e, dietro di me, una varietà incredibile di coloratissimi pesciolini di plastica.
Ma cosa scegliere?
Mi consigliarono attrezzi potenti ed artificiali di generose dimensioni.
Ero “armato” di una canna travel da me costruita lunga 2,40 metri in quattro pezzi con una potenza tra i 50 e i 100 grammi ed azione di punta ma con una buona riserva di potenza.
Questo perché mi avevano avvertito il siluro, una volta allamato, tenderà di lanciarsi in corrente o rintanarsi sul fondo dove sarà difficile da stanare, quindi dovevo essere pronto a portarlo dove io volevo ed a portata di guanto.
Il mulinello a bobina rotante è un must questo perché, utilizzando esche pesanti e che oppongono molta resistenza in acqua, la maggior parte dello sforzo ricadrà direttamente sulla bobina e non, come accade per quello a bobina fissa, sull'archetto collegato alla leva del pomello.
La sera precedente l'avevo spesa ad imbobinare più di 200 metri di trecciato di buona qualità con un carico di rottura compreso tra 50 e 75 libbre, anche a causa dei frequente incagli sotto riva.
Avevo collegato anche un finale di 50 cm./1 m. di un buon fluorocarbon con carico di rottura pari o superiore a quello della lenza madre.
Una piccola borsa a tracolla piena zeppa di pesanti artificiali completava il mio armamentario.
Tra questi avevo: ondulanti di peso superiore ai 35/40 gr. ; qualche crank bait, jointed minnow galleggianti e lipless affondanti per affrontare diversi strati d'acqua, tutti di misura intorno ai 15 cm e dotati di rattle per una migliore resa sonora ed infine shad in gomma pre-piombati o da accoppiare a teste in materiale affondante lunghi 15 cm. ed un affondamento di 25/30 gr. .
Insomma il peso in conclusione era davvero ragguardevole, ma pesce grosso è sinonimo di esche pesanti.
Le condizioni del fiume erano perfette.
Era ormai qualche giorno che il fiume era in piena, e la forza dell'acqua aveva strappato alla riva ingenti quantità di terra che, staccandosi, aveva creato anse molto invitanti dove giri d'acqua e detriti facevano rallentare il flusso d'acqua creando delle piscine dove, a detta dei locali, il siluro di sovente si sofferma.
Scelgo di cominciare con un lipless autocostruito e con la pioggia che inizia a cadere appena l'esca tocca l'acqua. Lancio esattamente nel mezzo delle turbinanti acque.
Il mezz'ora macino chilometri e chilometri di filo senza mai sentire una toccata.
La pioggia inizia poi a farsi battente. Si alza anche il vento che mi sferza il viso e devia il lancio dei miei artificiali come se fossero foglie senza peso.
Decido quindi di ripararmi, attendere che le condizioni migliorino e, nel mentre, districare la matassa di filo che si era venuta a creare in prossimità del mulinello.
Cinque o sei volte ho pensato di mollare e tornare a casa ma ogni volta il cielo si rasserenava un po' permettendomi di scorgere anche uno spicchio di cielo azzurro.
Attesi circa un'ora prima di tornare a pesca. Il tempo restava nuvoloso ma se non altro la pioggia non cadeva più.
Decisi di attaccare una zona più a valle. Provai ogni singolo artificiale che avevo non me, ogni tipo, forma o colore.
Sembrava che i siluri fossero spariti insieme con la pioggia. Camminai per oltre tre chilometri. Infine mi arresi e decisi di rientrare alla base.
Continuavo a pensare dove fosse l'errore commesso. Forse avevo sbagliato il trecciato o forse il recupero.
A circa duecento metri da dove iniziai la mia battuta qualcosa attrasse la mia attenzione. Forse un movimento sotto la superficie o forse perché quel giro d'acqua era la gioconda delle zone che ricercavo.
Riaprii la canna da pesca, bloccai nuovamente il mulinello nell'apposita placca e decisi che, se doveva essere, sarebbe stato con un artificiale costruito da me. Collegai nuovamente il mio lipless e lo gettai, insieme alle mie speranze, a valle del punto stabilito.
Due, tre giri di mulinello. Non capii subito cosa stava accadendo.
Percepii solo una grande botta in canna che per poco non mi disarmava gettandola in acqua. L'adrenalina a mille mi faceva battere il cuore nelle orecchie. Vidi una coda color senape agitarsi fuori d'acqua prima che il siluro si gettasse nella corrente principale al centro del fiume.
Era forte. Molto forte. Potevo percepire accuratamente ogni singola testata mentre tentava di liberarsi dall'ancoretta.
Lo dovetti rincorrerlo per almeno cinquanta metri a valle tanto che mi sorse il dubbio se ero io che pescavo lui o lui che trascinasse me.
Un raggio di sole filtrò tra le nubi. I colpi erano sempre meno frequenti. Si stava stancando. Ora potevo portarlo a tiro del mio guanto. Lo infilai di corsa dopo essere caduto in terra. Io ero pronto. Lui si era arreso.
Allungai la mano sulla superficie dell'acqua senza che avessi ancora la minima idea di quali connotati avesse.
Ma commisi l'errore più grave di tutti a pesca: sottovalutare il mio nemico.
Con una ripartenza bruciante fece sfrizionare il mio mulinello fino all'inverosimile. La canna si piegò allo spasmo.
Poi più nulla.
L'adrenalina ancora mi faceva tremare le mani. Mi dovetti sedere in terra per non cadere. L'ancoretta incredibilmente ed irrimediabilmente deformata!

Rammarico? Molto. Ma meno di quanto mi aspettassi. Ero quasi riuscito a portarlo a terra per la consueta foto di rito. Ma evidentemente non era destino. Io in fondo la mia ricompensa l'avevo già avuta.
Già perché... cos'è che cerchiamo? Davvero solo un pesce?
La pesca è sì uno sport (c'è chi dice “il più bello del mondo”) ma è anche una filosofia di vita, un approccio mentale alle sfide.
È un confronto con noi stessi, con l'ambiente dove mettiamo in gioco le nostre convinzioni. Nel quale il premio è la conferma delle nostre idee ed il pesce semplicemente il trofeo. Non il nemico.
Perché prima di sfidare i suoi abitanti, il fiume ci costringe a sfidare noi stessi. Ed io, in quel lontano giorno di ben otto anni fa, ho sfidato il fiume per la prima volta... da solo.
Senza nessuno che mi dicesse cosa fare. Libero di sbagliare con la mia testa ed imparare a crescere e pescare.


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